Home Forum Forum tematico del CLE Paideia e retorica

Questo argomento contiene 0 risposte, ha 1 partecipante, ed è stato aggiornato da  Jerry Notaro 2 anni, 2 mesi fa.

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    Jerry Notaro
    Amministratore del forum

    Qualcosa si sta muovendo. Eppur si muove…!
    Cosa si muove?
    Il ritorno.
    Il ritorno di interesse per gli studi ed i temi che sono all’origine della nostra civiltà e che pur, in molti modi, sono stati obliati e, per volere delle istituzioni, relegati a cosa di secondaria importanza.
    Sappiamo bene come nella scuola italiana, ad esempio, in affannosa pulsione tecnologica (come se le TIC fossero la panacea ad ogni male o ad ogni inefficacia didattica), la FILOSOFIA e il LATINO siano state relegate al ruolo di ancelle delle competenze formative.
    Sappiamo che un serio allarme si è levato dalla comunità accademica: 600 docenti universitari hanno appena prodotto un documento da cui si evince l’ incapacità della gran parte degli studenti, di usare, in modo corretto, la madre lingua.
    È inevitabile constatare come i fatti si colleghino.
    Se al centro ci sono le competenze e la tecnologia, la Paideia viene relegata in un angolo.
    Ormai siamo depotenziati dal pensiero debole e dall’impero del relativismo dove tutto è uguale.
    Come nella notte hegeliana in cui tutte le vacche sono nere, sembra ergersi il dominio incontrastato della “stato liquido” : società liquida, valori liquidi, economia liquida ecc….
    La persona, l’essere umano, rimangono quasi un residuo inessenziale (“vite da scarto” per parafrasare Z. Bauman).
    E l’istruzione segue la corrente.
    Ma, dicevo, iniziano a farsi sentire voci autorevoli, ora a difesa del latino, ora della filosofia, ora del sapere umanistico nella sua complessità.
    Non provengono dal mondo dell’istruzione ne’ dalla scuola.
    Sono voci di scienziati, di economisti, di imprenditori, che, affermatisi nella loro professione, consegnano alle pagine dei maggiori quotidiani italiani, la difesa del sapere umanistico; non tanto e non solo nella sua dimensione teoretica, quanto nella sua funzione pragmatica, nella dimensione della “praxis”, nel consentire una salda presa sulla realtà socio-politica ed economica non solo culturale in senso stretto.
    Dovremmo formare, scriveva E. Morin, “teste ben fatte” non “teste ben piene”, in grado di progettare il futuro, di generare cambiamento, di interagire attivamente all’interno della società civile.
    Non si da, a mio avviso, Paideia senza educazione linguistica. La lingua come luogo originario del dire e del pensare.

    Il nostro pensiero umano in effetti si struttura secondo forme linguistiche, anche quando non parliamo, in effetti, parliamo sempre.
    La parola precede il parlante e gli consente di parlare.
    Non si tratta solo di un a-priori di tipo kantiano, ma anche di un originario orizzonte storico-culturale che pre-esiste a noi, ci fonda come soggetti; un orizzonte ermeneutico senza il quale noi non possiamo essere ciò che siamo, esseri parlanti innanzitutto.
    Trovo molto illuminante, a questo proposito, la riflessione heideggeriana sul linguaggio, sia in “Essere e tempo, sia, in particolare, dopo la “svolta” del suo pensiero.
    Nonostante il suo antiumanesimo, (cfr. “Lettera sull’umanesimo”) le riflessioni sul valore poietico-poetico della parola originaria, che permette la manifestazione della storia nelle sue varie epoche, riporta il valore dell’essere umano, alla sua essenza originaria: essere in rapporto inscindibile con il linguaggio.
    Ripartire da un aspetto genealogico-critico della lingua e delle parole, ci porterebbe, come donne e uomini dell’Occidente, a compiere il viaggio della “nottola di Minerva” verso l’origine, le origini.
    Qui , a mio avviso, etimologia e filosofia si aggiogano nella formazione della nostra umanità.
    Ristudiare con amore il latino e la filosofia dovrebbe essere un compito centrale per la formazione dei nostri studenti.
    In questo contesto non sarebbe male recuperare il valore della Retorica come l’arte del saper ben parlare per esprimere un bel pensiero.
    Recuperiamo il valore formativo e cognitivo della bellezza!
    La tradizione, prima latina e poi italiana ha già tracciato una via maestra. Rileggiamo il “De vulgari ” di Dante, i filosofi del rinascimento, Pico della Mirandola, Marsilio Ficino, G. Bruno, e poi, nella modernità , G. Vico, nel’900 B. Croce ma anche Pareyson, Banfi, Paci e gli studiosi del rinascimento come Garin e Vasoli. Non ultimo uno dei massimi esperti di semiotica: U Eco Potrebbero darci prospettive che destinino il futuro.
    Oggi, nell’ambito della formazione scolastica, sembra quasi una blasfemia, un’eresia, invocare la tradizione dei classici.
    Assistiamo ad una nuova forma di censura impalpabile ma non per questo meno pericolosa di quella nei cosiddetti secoli bui.

    Per non cadere in un “medioevo prossimo venturo”, come scriveva U. Eco, dovremmo ripensare al nostro rapporto con il passato, dare una destinazione al nostro futuro.
    Difficile quando si sente ripetere quanto è noioso e obsoleto il pensiero umanistico.
    Il problema non è il pensiero umanistico ma come lo si trasmette.
    Se un docente non ama ciò che fa, se non si appassiona ai classici e agli eterni temi che percorrono, scuotono e innalzano o abbassano l’umanità, tutto risulterà sciapo, noioso e inutile.
    Se la passione muove il rapporto educativo essa si trasmetterà infiammando gli animi.
    Non servono i voti e le lunghe estenuanti ore di esercizi domestici.
    Serve appassionarsi e appassionare, coinvolgersi e coinvolgere emozionarsi ed emozionare, nella lettura, nella traduzione, nell’interpretazione, nel dialogo Andiamo oltre alla lezione frontale, oltre alla valutazione ragionieristica.
    Certo dobbiamo agire controcorrente.
    Magari operare in luoghi e in forme distanti dalle istituzioni ?

    Prof.ssa Elsa Zibai
    Insegnante di storia e filosofia al Liceo scientifico Oberdan di Trieste

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