LICEO SCIENTIFICO "A. EINSTEIN" Cervignano del Friuli (Udine) |
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prof.ssa Daniela Tonelli,
Contributi proff. Alessandra Tortul e |
AUTORI
Comelli
Francesca Cozzolino Mirta De Lellis Salvatore Del
Frate Giulia Dijust Giada Dreossi
Enrica Eufrate Isabella
Gaio
Francesco Giusti Francesca Grinzato Valentina Margarit
Giacomo Mazzarella Anna
Migliaccio Maria Morelli Luca Randò Silvia Rossetti Federica Taverna Turisan Eleonora Zulian
Natassja
OPERE
| La lepre e il leone | Lepus et leo | ||
| La cicogna, l'asino e il gatto | Die Katze und das kleine Rotkehlchen | ||
| La formica e il leone | |||
| Le ali della farfalla | |||
| I pesciolini e lo squalo | |||
| Il lupo e lo sciacallo | |||
| Due lupi, una gallina, una volpe | |||
| Il topino ed il ratto | El sordeto e el paltegan | ||
| Il gatto ed il pettirosso | Il gjat e il petiros |
El gat e l'usel | O' iatt e l'aucelluzz |
| Le moscje credulone | |||
| Il pulcino e il gatto | |||
| Al lupo, al porco e l'orso | The Wolf, the Pig and the Bear | ||
| Il lupo e la colomba | Le loup et la colombe |
I ragazzi hanno creato favole o elaborato quelle conosciute esprimendosi nelle lingue e nei dialetti conosciuti. I disegni sono creazione dei ragazzi.
Leo,
qui totius silvae imperium optabat et in omnia et in omnes dominare cupiebat,
cotidie iniustis causis miseros lepores vorabat.
Olim lepus, quem leo voraturus erat, sic locutus est: -Si
me voraveris, numquam secretum, quod ego solus cognosco, comperies-.
Leo, in magno
discrimine, quaesivit ex eo quodnam id secretum esset.
-Alter leo, magis iuvenis fortiorque te, expectabit apud
magnum puteum, ut de imperio tecum certet-.
Lepus postea, cum leonem ad puteum duxisset,
flagitavit ut inspiceret.
Leo in aquarum speculo, cum simulacrum suum
spectavisset, putavit id inimicum suum et sibi oppetendum, sed, cum natare
nequiret, decessit.
Hac fabella
docet saepe vim ingenium non significare.
Un leone desiderava dominare sulla foresta, voleva, lui solo,comandare
su tutto e tutti.Ogni giorno divorava povere lepri e conigli con pretesti
ingiusti.
Ma un giorno una Lepre, che stava per essere
sbranata, gli disse: “Se mi divorerai, non potrai conoscere il terribile
segreto che ho appreso”.
Il leone, curioso ed intimorito al tempo
stesso, domandò di che cosa si trattasse.
“Un rivale, più giovane e più forte di te, ti
attende per sfidarti, laggiù, vicino al pozzo grande”.
Il leone ruggì di dispetto e si fece guidare
dalla lepre.
Quando furon giunti al pozzo, la lepre gli
sussurrò di guardarci dentro.
Il leone, vedendo l’immagine riflessa, pensò
che fosse il suo rivale, lo attaccò, ma, poiché non sapeva nuotare, morì
affogato.

Una
cicogna,
Dalla
cattedra di scuola,
Ottenuta
per sapienza ed esperienza,
Facendo
l’appello, uno ad uno,
Chiamava
i suoi studenti
S’alzò
per primo il cucciolo di volpe,
Rampollo
d’una nota famiglia
Ammanicata
a corte.
Fu
poi la volta del cane florido e pasciuto,
Figlio
d’un grosso negoziante di salumi.
Dopo
il servile cagnolino,
Con
molta eleganza e dignità
S’alzò,
lunga chioma lucente,
Uno
splendore bianco-neve.
Tutti
rimasero incantati alla bellezza e
All’importanza
del felino.
Egli,
con grande orgoglio ed alterigia,
Pronunciò
il suo nome ed il casato e
La
cicogna, come l’udì, s’alzò di botto e
Gli
fece un bell’inchino.
Continuò
l’appello e, timido,
S’alzò
l’asinello, umile e sparuto.
La
cicogna neppure lo guardò
E
gl’impose di sedersi e non ragliare.
Passava
il tempo e la dotta maestra occhi
Non
aveva che per il piccolo persiano,
Finché,
posta una difficile questione,
Fu
l’umile asinello che rispose.
La
cicogna, stupita ed irritata, constatò
Che
il problema da lei posto
Era
di facil soluzione e, vezzeggiando
Lo
splendido felino, osservò che certamente
L’asinaccio
aveva usato il suo suggerimento.
Se
al banco di scuola siede
Il
comune popolano, sciocco e rozzo
E’
reputato,
Ma
se vi siede il discendente d’un importante cittadino,
Riceve
lodi, rispetto e ammirazione.
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Una formica, abituata alla vita dura del
formicaio, lavorava senza fiatare, notte e giorno, agli ordini della regina per
riempire di provviste la dispensa. Stufa delle sue esperienze monotone o
noiose, pensò di dare una svolta alla sua misera vita d’operaia...
Volendo ricoprire un ruolo di maggiore
importanza, decise di occupare il posto del leone, re degli animali. Al
cospetto di sua maestà, senza vergogna, la formica propose la propria idea.
Il
leone, stupefatto, accettò qualche giorno di ferie.
Si può ben immaginare come la formica, a corte, non avesse vita facile… Essendo così piccolina, gli animali non la consideravano la propria regina, né erano disposti ad obbedirle! La formica non poteva di certo ricoprire la carica assegnatale. Fu così costretta a restituire al leone la corona.
Il leone allora le disse: «Cara mia, ognuno
nella sua vita ha il proprio ruolo: io, come operaio, non varrei niente, mentre
da re sono rispettato ed ascoltato. Dal canto tuo, sarai sicuramente brava ad
immagazzinare, sbucciare e dividere i semi, tuttavia, come sovrana, non riesci
a farti rispettare dagli altri animali. Sappi che, senza di me, il regno non
potrebbe andare avanti e, senza di te, il tuo formicaio non sopravvivrebbe!»
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Le Ali della Farfalla
Diverse farfalle sopra
un prato
Volan tutte unite.
Son
colorate
E
le loro ali,
Nell’inverno che viene, ricordan la bella
primavera,
Ormai
così lontana.
Una sola bei colori non sfoggia:
Le sue ali son scure
E dalle altre si
differenzia.
Le belle, le colorate,
le brillanti, aman schernirla:
«Con quelle ali cupe
sfiguri troppo,
Sei così brutta che,
Fosse per me, delle
farfalle dall’eletta schiera
Ti caccerei!»
Ma lei, senza nulla
ribattere, le aspre critiche sopporta.
Come si sa, però, anche
per le farfalle,
Prima o poi, il brutto giorno arriva.
Un uccellaccio, dai
colori delle ali brillanti attratto,
Le insegue e le
cattura, senza difficoltà.
Ma, fra le
foglie secche, facilmente si cela la farfalla nera,
Dove il predatore
distinguerla non può.
Così la salvezza, per
le scure sue ali, ella trova.
Questa favola è per
coloro che pensano che
Non sia degno di
rispetto chi per aspetto o razza si distingue.
Un gruppo di pesciolini molto amici ne
lasciava sempre in disparte uno che, sfortunato a causa di una disavventura,
aveva perso una pinna.
Il poveretto,
tutto solo, era triste, ed era vittima di continui scherzi e derisioni.
-Tieniti lontano - gli dicevano - così, monco come sei, intralci i
nostri giochi. Fatti più in là e non disturbare!-
Ma, un bel giorno
d’estate, la vita tranquilla di quel
braccio di mare fu turbata da un gigantesco squalo bianco, molto
affamato.
Gli animaletti scappavano veloci in
tutte le direzioni ed il solito gruppetto di pesciolini si precipitò dietro il
relitto di una nave inabissata durante una tempesta, seguito a ruota dal
pesciolino sventurato. Essi idearono un
piano per fuggire.
Ma il pesciolino sfortunato,
timidamente, osò intervenire: “Statemi a sentire, il vostro piano non potrà mai
funzionare. Conviene attendere al riparo che lo squalo impaziente si
allontani!”.
-Taci tu, stupido! - ribatté il capo del
gruppo, mostrando tutta la sua presunta superiorità - Noi seguiremo il nostro
piano!-
E cosi fu fatto.
Alla fine lo squalo si mangiò tutto il
variopinto gruppetto. Si salvò soltanto il pesciolino deriso ed umiliato, che
se ne stette nascosto in un piccolo foro della chiglia.
Questa favola è per i superbi che opprimono gli infelici:
sappiano che, prima o dopo, pagheranno il fio della loro tracotanza.


Un lupo, sfinito dalla fame, incontrò
uno sciacallo che aveva appena ucciso una grossa lepre: «Muoio di fame, non
potresti darmi un po’ del tuo cibo?» domandò il lupo.
Lo sciacallo rispose: «Ti do una parte
di questa lepre, se mi prometti che, se mi troverò un domani nella tua stessa
situazione, mi aiuterai».
Il lupo, di buon grado, accettò
l’accordo e divorò con lo sciacallo la preda.
Trascorse il tempo, ed un bel giorno i
ruoli s’invertirono. Lo sciacallo, stremato dalla fame, incontrò il lupo che
divorava un cervo, e così gli disse: «Ora mi darai una parte del tuo cervo,
come avevamo stabilito quel giorno».
Il lupo rispose: «Io non rammento nessun
accordo» e terminò in quattro bocconi la sua preda.
Il povero sciacallo, che da troppo tempo
era digiuno, morì.
Questa favola c’insegna che non bisogna
mai stipulare patti coi malvagi.

Due lupi affamati videro una gallina
razzolare nel bosco. Subito pensarono di mangiarsela, ma la gallina non era
certo stupida e, appena notò le due belve in agguato, svolazzò via.
Il giorno seguente si ripeté la scena e
i due lupi s’incolparono a vicenda per il fallimento dell’impresa: -Non riesci
più a concludere niente!-
E l’altro, seccato per l’accusa: -Siamo
alle solite! Tu fai sempre rumore quando ti muovi e poi dai la colpa a me!-
Una volpe di passaggio, mentre i due
litigavano, quatta quatta, balzò sulla gallina e se la mangiò.
Così i due lupi, tristi per
l’umiliazione, se ne tornarono a casa a
pancia vuota.
La favola vuol farci intendere che tra
due litiganti c’è sempre un terzo che gode.

IL TOPINO ED IL RATTO
Una notte due amici, un topino ed un
ratto, si incontrano in un giardino. Il topino sta mangiando un pezzetto di
formaggio, il ratto non tocca cibo da giorni.
Il ratto domanda al topino:-Non potresti
dividere con me il tuo cibo,caro amico ?-
Naturalmente il topino, da buon amico,
divide con l’altro quel suo piccolo tesoro.
Un po’ di tempo dopo i due si ritrovano.
Questa volta il ratto ha con sé molti chicchi di grano saraceno, il topino è a
zampe vuote.
Il topino implora l’amico:- Amico mio,
ricorda il favore che ti feci,contraccambialo donandomi qualche chicco di
grano!-
Il ratto lo guarda con condiscendenza e,
senza dir nulla, se ne va, lasciando il povero topino in preda alla fame.
La favola dimostra che i veri amici si
riconoscono al momento del bisogno.


In una graziosa villetta, viveva un gatto
astuto.
Nel giardino, un vecchissimo faggio dai robusti rami ospitava un nido
di pettirossi. Un tenero pettirosso, nato da poco, era alle prime armi col
volo.
Un giorno la madre gli disse: «Piccolo mio,
devo allontanarmi. Mi raccomando, non tentare di volare perché potresti farti
molto male!».
«Non ti preoccupare mamma starò buono», rispose
il piccolo.
Ma, non appena la madre se ne fu andata, il
piccolo pettirosso disubbidiente provò a volare. Tutto andò bene, finché non
s’alzò un forte vento.
Il piccolo pettirosso, spinto da una folata,
cadde a terra e si ruppe un’ala.
Il gatto, che da lontano aveva assistito alla
scena, si precipitò dal pettirosso ferito, e gli sussurrò con voce suadente:
«Piccolino, non ti preoccupare, mi prenderò cura io di te fino a quando non
tornerà la tua mamma!».
«Grazie mille signor gatto, lei è molto
gentile!», rispose il piccolo.
Il gatto furbacchione, invece, s’avventò su di
lui e lo divorò.
La favola dimostra che bisogna ascoltare i
buoni consigli dei genitori, e che non ci si deve fidare degli estranei che si
mostrano troppo gentili e disponibili.


Un giorno un lupo, spinto dalla fame, scese a
valle, speranzoso di trovare una preda da mettere sotto i denti. Ad un certo
punto notò un nido di colombe candide ed appetitose.
«Care amiche, nel bosco, a causa della mancanza
di cibo, è scoppiata una lite. Vi prego venite ad aiutarci!»
«Amico, non preoccuparti, ci siamo qua noi.»
«Grazie, siete davvero gentili, non so proprio
come ringraziarvi!»
«Sta’ tranquillo, far regnare la pace sulla
terra è compito nostro », rispose la più anziana «Però verrò ad aiutarti io
sola che ho più esperienza».
Giunti nel bosco, mentre la portatrice di pace
era distratta, il lupo non esitò ad acchiapparla e divorarla.
Un grillo, che aveva assistito alla scena, con
la sua saggezza, fece pentire il lupo del suo misfatto. L’animale rigurgitò la
povera colomba, malconcia ma viva, ed ella lo perdonò e gli fece capire come la pace aiuti a vivere
meglio e con serenità.
Talvolta persino i cattivi possono essere
perdonati e ritornare sulla buona strada.

IL
PULCINO ED IL GATTO
Un bel giorno
d’estate, mamma chioccia ed i suoi pulcini, andavano a cercare vermetti da
mangiare. Quando furon giunti nel luogo di caccia preferito, cominciarono a
raspare il terreno per cercare i vermi, ma la mamma li interruppe subito :
“Aspettate! Prima di iniziare dovete promettermi che non vi allontanerete”,
disse la mamma chioccia impaziente, “Allora, lo promettete?”
“Sii!” tutti
i pulcini risposero in coro. Ma dopo un po’ il pulcino più birichino e il più
curioso di tutti si allontanò. Si allontanò tanto, che, ad un certo punto , si
ritrovò, faccia a faccia, con un gatto: “Bene, bene, bene guarda cosa abbiamo
qui”, disse questi .
“Stavo giusto
per andare”, mormorò tremante il piccolo pulcino.
“No, non
scomodarti, avevo giusto un certo languorino”, ribatté il gatto, che, estratto
dalla sua sacca il tovagliolo, acchiappò il pulcino per la coda e se lo ficcò
in bocca.
Questa favola insegna che chi lascia i
luoghi noti e sicuri facilmente è preda dei malvagi.

LE LOUP ET LA COLOMBE
Un loup, qui avait
beaucoup de faim, descendit dans la vallée dans l’espoir de trouver quelque
chose de succulent à se mettre sous la dent. À un moment donné le loup vit un
nid de colombes d’une blancheur éclatante qui étaient aussi appétissantes.
“Chères amies, dans le bois, en l’absence de nourriture, une querelle a éclaté.
Je vous prie de nous aider”.
“Cher ami, ne
t’inquiète pas” répondirent les colombes.
“Merci, vous êtes
vraiment gentilles, je vous remercie pour tout ce que vous faites pour moi”.
“Rassure-toi, faire
régner la paix est notre devoir”, répondit la plus âgée, “mais c’est moi qui
t’aiderai parce que j’ai beaucoup d’expérience”.
Mais quand ils
arrivèrent dans le bois, dans un moment d’inattention de la part de la colombe,
le loup mangea la “porteuse de paix”.
Un grillon, qui avait
assisté à toute la scène, avec sa sagesse, fit comprendre au loup son erreur.
L’ animai, plein de remords, régurgita la
colombe en mauvais état, qui quand même, le pardonna et elle lui dit que la
paix aide à bien vivre.
Parfois, même les
personnes méchantes peuvent être pardonnées et elles peuvent se remettre sur la
bonne route.
Le Moscje credulone
Une dì a une moscje, scjampâde di cjase, i coreve daûr une gjespe
rabiade parcè che i veve fat un tuârt.
Svole che ti svole, plene di pôre, le moscje e cjate un rain che i
domande «Parcè scjampitu?» «Mi cor daûr une gjespe, mi ûl copâ, dami une mân,
ti prei!» rispuint le moscje.
«Po’ ben, tu dimi parcè che je ti cor daûr».
Le moscje i dîs: «I ai dite che le so spine a je masse grande pal so
cuârp». Alore il rain i dîs: «Cumò ti doi une man jo».
Di lì a un pôc rive le gjespe, al rain i met denant un spielin e i dîs:
«Viôtu che je vere che tu âs le spine masse grande pal to cuârp, cjale!».
Le gjespe e cjale, a crôt e svole vie pâr metisi a puêst.
Le moscje, maraveade, lu ringrazie e i domande ce che podarés fâ, par
contracambiâ il plasè.
Il rain i dîs: «Nin cun me». Le moscje, plene di amirazion, i va daûr e
cusì si cjate impeolade ta tele e il rain si fâs une buine mangjade.
Le storie insegne che no bisogne fidâsi masse di chei che no si
cognosin.

El Sordeto e el Paltegan
Na note do amici, un
sordeto e un paltegan, i se cata su un giardin.
El sordeto el xe drio a
magnar un tocheto de formajo, el
paltegan nol magna da tanti di.
El paltegan el ghe
domanda al sordeto:- Scusame amigo, par piaser, te podaria darme un tocheto de
chel formajo, anca se l’è poco?-
De siguro el sordeto, da
bon amigo, al ghe dise de sì e el ghe da un tocheto del so picolo tesoro.
Trenta di dopo i do i se cata de novo: el paltegan el xe pien de grani
de suturco, el sordeto el ga le mani vode.
El sordeto el ghe dise
al paltegan :- Scolta, te ricordistu del piaser che te go fato chea volta? Fame
ti deso sto piaser,dame ‘na branca de i to grani de suturco.-
El paltegan lo varda co’ prepotenza e, tasendo, el scampa, lassando el
poro sordeto pien de fame.
Sta storia la insegna che i veri amici teli conosci co te ga bisogno.
Die Katze und das kleine Rotkehlchen
Eine
sehr schlaue Katze lebte mit ihrer Familie in einem schönen Haus.
In
dem Garten dieses Hauses gab es auch eine alte Buche, auf deren Zweigen eine
Familie von Rotkehlchen in ihrem Nest wohnte. Vor kurzer Zeit war ein kleines
Rotkehlchen zur Welt gekommen und es konnte noch nicht sehr gut fliegen.
Eines
Tages sagte ihm die Mutter : ,, Hör mir gut zu, mein Kind. Ich muss eine kurze
Weile weg. Inzwischen darfst du aber nicht versuchen zu fliegen, weil das sehr
gefährlich für dich sein kann. Wenn du auf den Boden fällst, kannst du dich
schwer verletzen!”
Das kleine
antwortete: ,, Mach dir deswegen keine Sorgen, Mutti. Ich werde ruhig und brav
sein.” Nach diesem Versprechen flog die Mutter beruhigt weg. Das kleine
Rotkelchen gehorchte der Mutter aber nicht und begann, froh und leichtsinnig
hin und her zu fliegen. Am Anfang ging alles gut aber, als der Wind begann,
stärker zu wehen, fiel das Kleine auf den Boden, es brach sich einen Flügel und
konnte nicht mehr fliegen.
Die
Katze, die alles mit großem Interesse beobachtet hatte, lief schnell dem
verletzten Rotkehlchen entgegen
und sagte ihm mild: ,, Weine nicht mehr, mein armes Kind. Ich werde mich um
dich kümmern, bis deine Mutter wieder nach Hause kommt!”
,,Recht
vielen Dank! Sie sind sehr nett und freundlich zu mir!” antwortete das kleine
Rotkehlchen erleichtert.
Die
Katze sprang aber auf den kleinen Vogel und verschlang ihn mit einem Bissen.
Moral: man sollte nie einem Unbekannten trauen.

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In une bjele cjàse cu
le so famée viveve un gjàt furbon. Tal zardin al jere un vècjo fajâr cun rams
gruès, dulà che viveve, tal so nît, une famèe di petiròs. Di
pôc a l’ere nassût un piciul petiròs che nol saveve ancjemò svolâ tan ben.
Une dì le mari i dîs: «Pizzul me, jo scugni lâ vie
par un pôc, ma, sintimi ben, no stâ provâ a svolâ parcè tu podaresis colâ e fati mâl!».
«No stâ preoccupati mame, starai bon e fasarai il
brâf!» i rispuint il pizzul.
Le mari, dopo vei fate le predicje, e va vie.
Ma l’ucelut disubidis e svole di cà e di là, dut
content. Dut al va ben, fin che no scomenze a soflâ le buère e il pizzul cole
par tiare, si romp une ale e nol rive plui a svolâ.
Il gjàt, che al viot dute le scene, spesèe a lâ
dongje al petiròs ferit. E, fate le vôs dolze, i dîs: «Pizzul mè, no stâ vaì.
Fin che no rive to màri, cjalarai io di te!».
«Tantis grasis, siôr gjàt, lui al è tant gjentîl e
bon cun me!» i rispuint il petirosut.
Cusì il gjàt ti lu cjape e ti lu mangje in une
bocjade.
Le storie nus insegne che no bisogne mai fidâsi di
chei che no si cognosin.

In una bela vileta la
stava una famea con un gat furbon. Tal giardin, ghe jera un vecio fagio dai
grosi rami; sora a sto albero la stava una famea de usei. Da poco jera nat un
piço petiroso, che nol saveva ancora volar.
Un giorno la mare ghe
dise: «Piçio mio, devo andar via per un poco. Me raccomando, non tentar de
volar perché te podaria cascar e farte tanto mal!».
«No sta preocuparte
mama, starò bon» ghe dise il piço uselet.
Alora la mare la vola
via.
El piço, però, ghe
disobedise; el comincia così a provar a volar, ma riva una folada de vento ed
el povero uselin el casca per tera e el se spaca un’aleta.
El gat,che el ga vedu
tuta la scena, el cori dal piço uselet ferí e ghe dise: «Piçio, non sta
preocuparte, me ocuperò mi de ti fin quando la to mare non la vien a çiorte!».
«Grasie mile sior gat,
el xè molto gentile lei!» ghe dise il piço petiroso.
Deto questo, el gat se
avicina pian pian al petiroso e i lo magna in un sol bocon.
Sta storia la insegna che no bisogna fidarse dele persone che le xè
tropo gentili con ti.
O’iatt e
l’aucelluzz
Ind na bella
casa, ce steve nu iatt malandrin.
Ind o’ ciardin, ce steve nu faio chiantut, e mmiez
a sti ram ce steve nu niv r‘auciell.
A poc er nat n‘aucelluzz piccerillo piccerillo, ca
nun sapeva ancora vulà. Nu juorn a mam 1 ricett: “Figliariell mijo ,m n ‘aggia
‘i, t raccumann nun vulà: aspiettm, sinò t può fa male!”
“Nun t preoccupà
mammà facc o’ bbuon” Rispunnett o piccerill.
Quann a mamm s ne
jette, o ‘ piccerill facett tutt o’ contrario; cercaje e vulà. Jette tutt cos
bbuon, sin a quann nun s’ aizaje nu vient accussì fort c ‘o sbattet pe’ terr e
1 ‘aucelluzz s ruppett n ‘ascell.
O iatt malandrin c ‘avev vist tutt cos, currett a
ddò piccerillo e l’ricett. “Piccerì, n ‘avè appaur ,ij stonc cu te fin a quann
nu torn mammt”
“Grazie,
grazie assaje, vuj sit tropp bbuon “ Rispunnett 1 ‘aucelluzz.
Ma o iatt malandrin o zumpaje n‘cuoll e so’ pappay.
Sta storij c vo’ inzignà c ‘amm sintì e cunzigl re
genitor e nun c ‘amm firà ra gend estrania ca c‘allisc.
The Wolf, the Pig and the Bear.
A wolf was
coming back home with a pot he had just
bought at the market. He met a pig under a tree. “Hi, would you like to play a
nice game with me and my new pot?” asked the wolf.
The pig
accepted immediately and together they went to the wolf’s den.
Once then
the wolf began to heat the pot on the fire, and said : “Now I’m going into the
pot and when I am cooked I will call you”. So he did and after a bit he called
the pig who on his turn got into the pot.
After a
while he called the wolf: “I’ am cooked, I’ am cooked!”
The wolf
answered : “You can’t be cooked if you are calling me!”. And so he added more
wood to the fire and with the lid imprisoned the poor pig into the pot.
In the
evening, while the wolf still was enjoying the roast pig, he heard a knock at
the door: the bear had come to invite him to play.
They ate,
then they went together to the bear’s lair and he said: “ Now I’ am going into
the pot and when I am cooked I will call you”. So he did and after a bit he
called the wolf who did the same.
A little bit
later the wolf said : “ I’ am cooked, I’ am
cooked !” and the bear answered : “ You can’t be cooked if you are
calling
me !” So he imprisoned the wolf into the pot and
prepared lunch for the following day.
“As they
sow, so let them reap”.
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Un lupo al torneva a
casa col sovo pignaton novo, pena comprao in mercato, e al catò un porco, soto
de un albero.
«Ciao, tu vol fa un bel
zogo co me e la gno pignata nova?», domandò al lupo.
Al porco, duto
contento, l’acetò dalongo e insieme i xe aviò verso la tana del lupo.
Al lupo al ficò sul fogo la pignata a scoldà e i dixe: «Deso me, me metarè te la pignata e co sarè cusinao te ciamarè». Cuxì l’a fato e dopo un poco